Myśli (napomnienia, medytacje) Marek Aureliusz

Ri­cor­da­ti che non ci è dato da vi­ve­re se non il pre­sen­te, il re­sto è vita pas­sa­ta o che deve an­co­ra ve­ni­re, e quin­di in­cer­ta e im­pre­ve­di­bi­le.

Ri­cor­da che quand’an­che po­tes­si­mo vi­ve­re tre­mi­la anni e die­ci vol­te tan­to, nes­su­no per­de al­tra vita se non quel­la che sta vi­ven­do, né può vi­ve­re al­tra vita se non quel­la che va per­den­do. Tan­to vale, dun­que, la vita più lun­ga quan­to quel­la più bre­ve, per­ché quel­lo che con­ta è il pre­sen­te 1)↓, e il pre­sen­te è ugua­le per tut­ti, quin­di an­che ciò che pe­ri­sce è ugua­le, e ciò che si per­de non è che un istan­te, del tut­to pri­vo di si­gni­fi­ca­to 2)↓. Nes­su­no, in­fat­ti, può per­de­re il pas­sa­to né il fu­tu­ro, per il sem­pli­ce fat­to che non può es­ser­ci tol­to ciò che non pos­se­dia­mo. Due sono dun­que le cose che devi sem­pre te­ne­re a men­te: la pri­ma è che tut­te le cose fin dall’eter­ni­tà sono sem­pre ugua­li e ci­cli­ca­men­te ri­tor­na­no, né fa al­cu­na dif­fe­ren­za se si ve­do­no per la du­ra­ta di cen­to anni, di due­cen­to o per tut­ta l’eter­ni­tà; la se­con­da è che per­dia­mo tut­ti nel­la stes­sa mi­su­ra, sia chi muo­re vec­chis­si­mo sia chi vive lo spa­zio di un’ora, poi­ché l’uni­ca cosa di cui pos­sia­mo es­se­re pri­va­ti, in quan­to appun­to la pos­se­dia­mo, è il mo­men­to pre­sen­te, quel­lo in cui stia­mo vi­ven­do, vi­sto che non si per­de quel­lo che non si ha.

E la mor­te, cos’è? Se la guar­di in se stes­sa e l’ana­liz­zi ra­gio­ne­vol­men­te, tut­to ciò che vi co­strui­sce so­pra l’im­ma­gi­na­zio­ne si dis­sol­ve in un fiat e la mor­te appa­re nient’al­tro che un fat­to na­tu­ra­le, e chi teme ciò che è ope­ra del­la na­tu­ra ha l’ani­mo e la men­te di un bam­bi­no.

Qual è dun­que la no­stra di­fe­sa? Uni­ca e sola, la fi­lo­so­fia.

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Chi è do­ta­to di una mag­gio­re sen­si­bi­li­tà e ha del­le cose una vi­sio­ne più pro­fon­da, an­che fra i più pic­co­li det­ta­gli con­se­guen­ti ai fe­no­me­ni stes­si tro­ve­rà sem­pre qual­co­sa di at­traen­te 3)↓

E ri­cor­da­ti che non ci è dato da vi­ve­re se non il pre­sen­te, il re­sto è vita pas­sa­ta o che deve an­co­ra ve­ni­re, e quin­di in­cer­ta e im­pre­ve­di­bi­le.

Os­ser­va bene il prin­ci­pio gui­da dei sag­gi e ve­drai qua­li cose essi ri­fug­go­no e qua­li in­ve­ce ri­cer­ca­no.

C’è chi cer­ca di iso­lar­si ri­ti­ran­do­si in cam­pa­gna, sui mon­ti o al mare, e an­che tu col­ti­vi que­sto de­si­de­rio, ma ciò è da scioc­chi, vi­sto che l’uomo in qua­lun­que mo­men­to, ba­sta che lo vo­glia, può ri­ti­rar­si in se stes­so, poi­ché non c’è luo­go più cal­mo e tran­quil­lo del­la pro­pria ani­ma, tan­to più per chi ha den­tro prin­cì­pi tali che gli ba­sta vol­ger­si ad essi per tro­va­re su­bi­to la se­re­ni­tà, la qua­le non è al­tro che il giu­sto or­di­ne in­te­rio­re. […] Con­si­de­ra che gli es­se­ri ra­zio­na­li sono fat­ti per vi­ve­re in­sie­me e so­ste­ner­si a vi­cen­da, che la tol­le­ran­za fa par­te del­la giu­sti­zia, che gli uo­mi­ni il più del­le vol­te sba­glia­no sen­za ac­cor­ger­se­ne o sen­za vo­ler­lo e che alla fine, dopo es­ser­si odia­ti, com­bat­tu­ti, so­spet­ta­ti e fe­ri­ti fra loro se ne van­no in ce­ne­re.

…non con­ta­re i gior­ni che ti re­sta­no da vi­ve­re, per­ché se vivi così ti ba­sta­no an­che tre ore.

Non è stra­no che l’igno­ran­za e la va­ni­tà sia­no più for­ti del­la sag­gez­za?

Pen­sa all’uni­ver­so come ad un uni­co es­se­re vi­ven­te che rac­chiu­de una sola so­stan­za e una sola ani­ma; ri­flet­ti come tut­te le sen­sa­zio­ni sia­no as­sor­bi­te in una sua uni­ca sen­sa­zio­ne, come tut­to si com­pia in vir­tù di un suo uni­co im­pul­so, come ogni cosa con­cor­ra alla na­sci­ta e alla vita di tut­te le al­tre in un in­trec­cio co­mu­ne di cau­se e di ef­fet­ti.

Com’è fa­ci­le al­lon­ta­na­re e can­cel­la­re dal­la men­te ogni pen­sie­ro mo­le­sto o inop­por­tu­no e con­se­gui­re su­bi­to uno sta­to di cal­ma as­so­lu­ta!

Qua­li i tuoi pen­sie­ri più fre­quen­ti, tale la tua men­te, poi­ché l’ani­ma ne vie­ne per così dire im­be­vu­ta.

Tut­to è ef­fi­me­ro, sia il sog­get­to che l’og­get­to del ri­cor­do.

Ri­flet­ti spes­so con qua­le ra­pi­di­tà pas­si­no e si di­le­gui­no cose, fat­ti ed es­se­ri vi­ven­ti. L’esi­sten­za è come un fiu­me che scor­re inin­ter­rot­ta­men­te, le sue at­ti­vi­tà su­bi­sco­no con­ti­nue tra­sfor­ma­zio­ni, le sue cau­se mi­glia­ia di mo­di­fi­ca­zio­ni, tal­ché nul­la di sta­bi­le c’è in essa, nem­me­no ciò che ti sta pres­so. Pen­sa all’abis­so in­fi­ni­to del pas­sa­to e del fu­tu­ro, in cui ogni cosa sva­ni­sce. Non è da scioc­chi, al­lo­ra, in­su­per­bir­si, af­fan­nar­si, la­gnar­si, come se ciò che ci af­flig­ge do­ves­se du­ra­re in eter­no?

…non si trat­ta di bene o di male.

La so­stan­za dell’uni­ver­so è do­ci­le e mal­lea­bi­le, e la leg­ge che la go­ver­na non ha in sé al­cu­na ra­gio­ne per fare del male, in­quan­to­ché per sua na­tu­ra è esen­te da qual­sia­si tipo di mal­va­gi­tà, dun­que non può pro­dur­re al­cun­ché di male, né vi è cosa che pos­sa ri­ce­ve­re dan­no per cau­sa sua. Tut­to pro­vie­ne da lei e si svol­ge sino al suo com­pi­men­to 4)↓.

Ri­tor­na in te, ri­pren­di­ti dal son­no, e quan­do ti sa­rai reso con­to che ciò che ti tur­ba­va era solo una chi­me­ra, guar­da la real­tà con gli stes­si oc­chi con cui guar­da­vi il so­gno.

Tut­ti col­la­bo­ria­mo a un uni­co fine, qua­li con lu­ci­da co­scien­za, qua­li in­con­sa­pe­vol­men­te, e – come dice Era­cli­to – an­che dor­men­do la­vo­ria­mo e con­tri­buia­mo a tut­to ciò che ac­ca­de nell’uni­ver­so, chi in un modo, chi in un al­tro, e per­si­no chi cri­ti­ca gli even­ti o cer­ca di con­tra­star­li e d’im­pe­dir­li, poi­ché il mon­do ha bi­so­gno an­che di gen­te si­mi­le.

È inu­ti­le pre­oc­cu­par­si del do­ma­ni, poi­ché quan­do ci ar­ri­ve­re­mo, se il de­sti­no lo vor­rà, ci por­re­mo lo stes­so pro­ble­ma di oggi.

La fe­li­ci­tà è un de­mo­ne buo­no, o una buo­na di­spo­si­zio­ne di­vi­na. Che ci fai dun­que qui, im­ma­gi­na­zio­ne? Vat­te­ne, in nome de­gli dèi, per­ché io non ho bi­so­gno di te. Ca­pi­sco che tu fai il tuo me­stie­re e che quel­la d’in­tro­met­ter­ti è una tua vec­chia abi­tu­di­ne, e per­ciò non me la pren­do con te, ti dico solo: “To­gli­ti dai pie­di!”.

La mi­glio­re di­fe­sa è non co­pia­re l’av­ver­sa­rio.

Pre­sto di­men­ti­che­rai tut­to e da tut­ti sa­rai di­men­ti­ca­to.

Sta’ dun­que lon­ta­no dai li­bri.

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1. Eckhart Tolle
2. Epikur
3. Artur Schopenhauer
4. Tao – przyp. Amin

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